Parlottoliere

Dove il tempo gioca a carte con lo scazzo

Slaughterhouse n°5 – reprise

Finito un libro cosa resta? Dipende. Quello che resta di solito è un senso di vuoto. Ovviamente qui si parla di esperienza personale. Per quanto mi riguarda il senso è sempre di vuoto. Questo vuoto poi può dipendere da due fattori principalmente: leggerezza e bellezza.

Il libro bello tipicamente lascia un vuoto dovuto alla bellezza del libro, questo vuoto è difficile da colmare di nuovo, una rilettura del libro è da escludere, mi è capitato pochissime volte di riprendere in mano libri letti e rimettermi a leggerli. Ovviamente questo vuoto dovuto alla bellezza crea un po’ di dispiacere, una cosa bella è finita e colmarla non sarà possibile se non con un libro di pari intensità.

Il secondo tipo di vuoto è dovuto alla leggerezza. La leggerezza che intendo è quella che si sente dopo, una sorta di peso tolto, in questo caso allora il libro era pesante o incomprensibil, o tutt’e due insieme. In questo caso quello che succede è simile comunque a quello che succede per il primo caso; anche qui un po’ di dispiacere. In questo caso per l’autore che magari non è riuscito a pieno nel suo intento nei miei confronti, oppure anche dispiacere nei miei confronti che non sono riuscito nell’intento di lettore nei confronti dell’autore.

Accade. Il primo caso è sicuramente il caso del libro finito di Kurt Vonnegut. Un uomo prima di tutto e un testimone. Testimone inconsapevole di una delle stragi più grandi della storia umana accaduta per dei motivi e delle cause, e, come direbbe lui, perchè non poteva andare altrimenti, “Così va la vita”.

Un libro che parla di strage, morte, vita, viaggi nello spazio e nel tempo, parla di persone e ci presenta figure che pur nella semplicità della lingua usata da K.V. riescono a prendere uno spessore particolare dovuto alle loro azioni tic e difetti. Ovviamente parla di amore. Il tutto è condito da una sana e fantastica follia che pervate tutta l’opera di K.V., era il suo tratto distintivo.

Leggendo il libro sembra che sia stato suddiviso prima in paragrafi ritagliati in fogliettini, e poi sparso completamente e ricomposto a casaccio, così come veniva. Il risultato è un’opera che riesce a catturare l’attenzione del lettore e a catapultarlo nella storia, seguendo questo sano pazzo nei suoi viaggi.

Questa volta K.V. è riuscito nel suo intento, o è merito mio? Non lo so.

Un libro che consiglio a tutti quanti 😉

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