Parlottoliere

Dove il tempo gioca a carte con lo scazzo

Archivio per dicembre, 2007

L’omicidio dell’estate

Suona quasi familiare vero? Com’è che era prima? Il “tormentone dell’estate”, era così che chiamavano le musiche più o meno stupide che deliziavano (ovviamente scassando i cosiddetti) le orecchie di chiunque.

Adesso, per tutti quelli affamati di macabro e terrore è nata una nuova moda, l'”omicidio dell’estate”.

Il termine non l’ho coniato io bensì un giornalista di uno mattina (maledetto freddo che mi fa svegliare presto).  Il povero giornalista si riferiva ovviamente all’omicidio di Meredith Kercher, la giovane ragazza inglese uccisa mentre faceva un Erasmus in Italia. Che dire, sicuramente la notizia dà un forte impatto mediatico, vuoi per la gioventù della ragazza, vuoi per il fatto che sia straniera, vuoi perchè probabilmente i suoi uccisori sono stati tutti giovanissimi, vuoi per il gusto del macabro che accompagna l’uomo dai primordi.

Tutto sicuramente avrebbero pensato tutti, tranne che tutta questa assurda vicenda potesse diventare ancora più assurda tanto da meritarsi l’ormai sancito titolo di “Omicidio dell’Estate”.

Titless

Il dopo festa passa e porta via affanni e colma i precipizi mentali. Buchi neri che senza fine costellano la mente umana. Essi rappresentano la nostra memoria, i fatti e le esperienze, le memorie e i ricordi cadono (a volte inciampando) in queste trappole che tutto raccolgono. Alcune delle mie colme fino all’inverosimile diventano collinette, il problema creato da queste è l’impossibilità a volte di sormontare queste; l’impossibilità di vedere quello che sta oltre, l’impossibilità di aggirarle. Ed allora consciamente o inconsciamente, a volte, salgo alla guida di questo buldozzer mentale e mi dedico a un po’ di lavori di consolidamento del manto mentale. Abbatto collinette e riempio voragini in un disperato tentativo di riacquisire la vista oltre la collina e riempire potenziali trappole. Immancabilmente qualche meteora o qualche terremoto riapre alcune voragini. Troppo pericolose. Aspetto che il cemento armato venga inventato nel mio mondo mentale e che una santa colata crei un distaccamento di Milano2. O attendiamo migliaia di ettolitri di fertilizzante che coprano tutto di una fitta verde vegetazione.

Buone vacanze

Sono già a casa. 🙂 Approfittavo della parentesi 56kappesca per Augurarvi buone vacanze!
Merry Christmas

Slaughterhouse n°5 – reprise

Finito un libro cosa resta? Dipende. Quello che resta di solito è un senso di vuoto. Ovviamente qui si parla di esperienza personale. Per quanto mi riguarda il senso è sempre di vuoto. Questo vuoto poi può dipendere da due fattori principalmente: leggerezza e bellezza.

Il libro bello tipicamente lascia un vuoto dovuto alla bellezza del libro, questo vuoto è difficile da colmare di nuovo, una rilettura del libro è da escludere, mi è capitato pochissime volte di riprendere in mano libri letti e rimettermi a leggerli. Ovviamente questo vuoto dovuto alla bellezza crea un po’ di dispiacere, una cosa bella è finita e colmarla non sarà possibile se non con un libro di pari intensità.

Il secondo tipo di vuoto è dovuto alla leggerezza. La leggerezza che intendo è quella che si sente dopo, una sorta di peso tolto, in questo caso allora il libro era pesante o incomprensibil, o tutt’e due insieme. In questo caso quello che succede è simile comunque a quello che succede per il primo caso; anche qui un po’ di dispiacere. In questo caso per l’autore che magari non è riuscito a pieno nel suo intento nei miei confronti, oppure anche dispiacere nei miei confronti che non sono riuscito nell’intento di lettore nei confronti dell’autore.

Accade. Il primo caso è sicuramente il caso del libro finito di Kurt Vonnegut. Un uomo prima di tutto e un testimone. Testimone inconsapevole di una delle stragi più grandi della storia umana accaduta per dei motivi e delle cause, e, come direbbe lui, perchè non poteva andare altrimenti, “Così va la vita”.

Un libro che parla di strage, morte, vita, viaggi nello spazio e nel tempo, parla di persone e ci presenta figure che pur nella semplicità della lingua usata da K.V. riescono a prendere uno spessore particolare dovuto alle loro azioni tic e difetti. Ovviamente parla di amore. Il tutto è condito da una sana e fantastica follia che pervate tutta l’opera di K.V., era il suo tratto distintivo.

Leggendo il libro sembra che sia stato suddiviso prima in paragrafi ritagliati in fogliettini, e poi sparso completamente e ricomposto a casaccio, così come veniva. Il risultato è un’opera che riesce a catturare l’attenzione del lettore e a catapultarlo nella storia, seguendo questo sano pazzo nei suoi viaggi.

Questa volta K.V. è riuscito nel suo intento, o è merito mio? Non lo so.

Un libro che consiglio a tutti quanti 😉